
Contrariamente a quanto promesso, nessun test “alternativo” come quello del capello o kinesiologico può diagnosticare un’intolleranza alimentare.
- La stragrande maggioranza dei test venduti in farmacia e online non ha alcuna validità scientifica e si basa su meccanismi-trappola biologicamente impossibili.
- Le uniche diagnosi affidabili derivano da test validati (come il Breath Test per il lattosio) o da un’indagine guidata dal medico, basata su un diario alimentare e una dieta di eliminazione controllata.
Raccomandazione: Invece di spendere centinaia di euro in test inutili, investi il tuo tempo nella compilazione di un diario alimentare dettagliato per 1-2 settimane prima di consultare il tuo medico. Sarà lo strumento più potente per la tua diagnosi.
Pancia gonfia, mal di testa ricorrenti, stanchezza cronica. Quando i sintomi sono vaghi e persistenti, la prima tentazione è cercare un colpevole, una risposta semplice e rapida. Le farmacie e il web offrono una soluzione apparentemente a portata di mano: test per le “intolleranze alimentari” che promettono di svelare, attraverso un’analisi del capello, del sangue (IgG) o test kinesiologici, quale cibo sta sabotando il tuo benessere. Centinaia di euro dopo, ti ritrovi con una lunga lista di alimenti “proibiti”, una dieta restrittiva e, spesso, gli stessi sintomi di prima. Il problema è che la maggior parte di questi test non ha alcuna base scientifica.
Questo articolo non è l’ennesima lista di test. È un manuale di autodifesa contro la disinformazione medica. In qualità di medico allergologo, la mia missione è smascherare le fake news e fornirti gli strumenti per capire il tuo corpo. La vera diagnosi non risiede in un referto costoso e incomprensibile, ma in un’indagine investigativa personale, guidata da un approccio scientifico. Impareremo a distinguere un’allergia da un’intolleranza, a riconoscere i sintomi specifici legati a lattosio, glutine e istamina, e a capire perché eliminare interi gruppi alimentari “fai-da-te” è pericoloso.
Ma soprattutto, scopriremo che la soluzione più efficace non è delegare la risposta a una macchina, ma diventare detective del proprio corpo. La chiave non è trovare un singolo “colpevole”, ma comprendere il “carico sintomatologico” e identificare i veri trigger. Analizzeremo insieme quali sono gli unici test realmente attendibili e come utilizzare strumenti semplici ma potentissimi, come il diario alimentare, per arrivare a una soluzione concreta insieme al tuo medico, senza cadere nelle trappole della pseudoscienza.
Questo percorso ti guiderà passo dopo passo, fornendoti le conoscenze necessarie per distinguere i fatti dalle costose fantasie e riprendere finalmente il controllo della tua salute. Ecco gli argomenti che affronteremo nel dettaglio.
Sommario: Decodificare i segnali del corpo: la guida scientifica alle intolleranze
- Lattosio sì o no: quando servono le compresse di lattasi e come dosarle?
- Non celiaci ma sensibili al glutine (NCGS): esiste davvero o è suggestione?
- Mal di testa dopo vino e formaggi: come riconoscere l’intolleranza all’istamina?
- Eliminare latte e grano: come non andare in carenza di calcio e vitamine col fai-da-te?
- Dieta a eliminazione: come e quando reintrodurre i cibi per capire cosa vi fa male?
- Perché i farmaci per il reflusso non funzionano se continuate a cenare alle 21:Come leggere gli esami del sangue prima di andare dal medico senza spaventarsi per gli asterischi?
- Diario del mal di testa: come scoprire i vostri “trigger” alimentari o ambientali
- Diario alimentare pre-visita: perché scriverlo per 3 giorni rende la dieta più efficace
Lattosio sì o no: quando servono le compresse di lattasi e come dosarle?
L’intolleranza al lattosio è forse la più conosciuta e una delle poche per cui esiste una soluzione pratica e immediata: l’enzima lattasi in compresse. Questa condizione, che non è un’allergia, deriva da una carenza dell’enzima lattasi, necessario per digerire lo zucchero presente nel latte e nei suoi derivati. I sintomi, come gonfiore, crampi e diarrea, compaiono da 30 minuti a 2 ore dopo l’ingestione. È un problema diffuso: si stima che il 15-20% della popolazione italiana riferisca di soffrire di un’intolleranza alimentare, e quella al lattosio è tra le più comuni.
L’unico test validato per diagnosticarla è il Breath Test (test del respiro), che misura i gas prodotti dai batteri intestinali dopo l’assunzione di una dose di lattosio. Una volta confermata la diagnosi, non è sempre necessario eliminare completamente i latticini. La tolleranza è individuale e dose-dipendente. Un pezzetto di Grana Padano stagionato 30 mesi, naturalmente privo di lattosio, è diverso da un bicchiere di latte fresco.
Qui entrano in gioco le compresse di lattasi. Questi integratori forniscono l’enzima mancante, permettendo di consumare un pasto contenente latticini senza conseguenze. Il dosaggio, espresso in unità FCC (Food Chemical Codex), è cruciale per la loro efficacia. Una dose insufficiente non risolverà il problema. È fondamentale imparare a calibrare la quantità di enzima in base al cibo che si intende consumare, tenendo presente che l’effetto dell’enzima dura circa 30-45 minuti.
Guida pratica al dosaggio delle compresse di lattasi
- Per un bicchiere di latte (200ml ≈ 10g lattosio): Assumere una dose alta, tra 10.000 e 15.000 FCC.
- Per formaggi freschi (100g mozzarella ≈ 2g lattosio): Una dose più bassa, tra 2.500 e 5.000 FCC, è solitamente sufficiente.
- Per pasti completi (es. pizza e dolce): Optare per una dose standard di sicurezza, circa 15.000-20.000 FCC.
- Tempistica: Assumere la compressa circa 15-30 minuti prima del pasto per garantire la massima efficacia quando il cibo arriva nell’intestino.
- In caso di dubbio: È sempre meglio assumere una dose leggermente superiore che una insufficiente. L’eccesso di enzima viene semplicemente eliminato senza effetti collaterali.
Gestire l’intolleranza al lattosio non significa rinunciare al piacere del cibo, ma imparare a usare gli strumenti giusti con intelligenza.
Non celiaci ma sensibili al glutine (NCGS): esiste davvero o è suggestione?
La questione della Sensibilità al Glutine Non Celiaca (NCGS) è uno dei campi più dibattuti della gastroenterologia. Molte persone, pur risultando negative ai test per la celiachia e per l’allergia al grano, riportano un netto miglioramento dei loro sintomi (gonfiore, dolori addominali, mal di testa, “mente annebbiata”) eliminando il glutine dalla dieta. Si tratta di suggestione o di una condizione reale? La risposta scientifica è: esiste, ma la sua diagnosi è complessa.
La NCGS è una diagnosi di esclusione. Questo significa che un medico può identificarla solo dopo aver escluso con certezza, tramite esami specifici (analisi del sangue per anticorpi anti-transglutaminasi e biopsia intestinale), la celiachia e, tramite prick test o dosaggio delle IgE, l’allergia al grano. Non esiste, ad oggi, un biomarcatore specifico per la NCGS. I sintomi possono sovrapporsi a quelli delle altre due condizioni, rendendo il quadro ancora più confuso.

Inoltre, il “colpevole” potrebbe non essere il glutine stesso, ma altre componenti del grano, come i FODMAP (carboidrati a catena corta fermentabili) o gli inibitori dell’amilasi-tripsina (ATIs), proteine che attivano il sistema immunitario innato. Questo spiega perché alcune persone tollerano prodotti a base di grani antichi o a lunga lievitazione, dove queste componenti sono ridotte, pur contenendo glutine.
La diagnosi differenziale: un processo investigativo
La gluten sensitivity, o NCGS, è una sindrome che si manifesta con sintomi simili a celiachia o allergia al grano, ma senza i marcatori diagnostici di queste ultime. La diagnosi avviene per esclusione, confermando l’assenza delle altre due patologie. I pazienti che ne soffrono non tollerano il glutine e presentano una sintomatologia variabile. Il protocollo prevede una dieta senza glutine per alcune settimane per osservare la remissione dei sintomi, seguita da una reintroduzione “in cieco” (senza che il paziente sappia se sta assumendo glutine o un placebo) per confermare che sia proprio il glutine il trigger.
Quindi, la NCGS non è suggestione. È una condizione clinica reale che richiede un’indagine meticolosa e guidata da un professionista, non l’interpretazione di un test inaffidabile.
Mal di testa dopo vino e formaggi: come riconoscere l’intolleranza all’istamina?
Un bicchiere di vino rosso, un tagliere di formaggi stagionati, e poco dopo compare un forte mal di testa, a volte accompagnato da orticaria, naso che cola o disturbi gastrointestinali. Se questo scenario ti è familiare, potresti soffrire di intolleranza all’istamina. Questa condizione è particolarmente insidiosa perché mima i sintomi di un’allergia, ma il meccanismo è totalmente diverso. Non si tratta di una reazione del sistema immunitario, ma di un accumulo eccessivo di istamina nell’organismo.
L’istamina è una molecola prodotta dal nostro corpo e presente in molti alimenti. Viene degradata da un enzima chiamato Diammina Ossidasi (DAO). Se l’attività di questo enzima è ridotta (per motivi genetici, a causa di farmaci o patologie intestinali), l’istamina assunta con la dieta non viene smaltita efficiently, si accumula e scatena i sintomi. Come sottolinea il Prof. Antonio Iannetti, esperto in materia: “Di norma, i disturbi compaiono circa 45 minuti dopo l’assunzione di alimenti contenenti istamina… Poiché il contenuto di istamina è variabile – perfino nello stesso tipo di alimento – i sintomi possono talvolta verificarsi e talvolta no”. Questo spiega l’apparente casualità delle reazioni.
È cruciale non confondere questa intolleranza con la sensibilità ai solfiti (comune nel vino bianco, con sintomi più respiratori) o alle tiramine (presenti in cioccolato e formaggi fermentati, legate all’emicrania). La diagnosi è clinica e si basa su un diario alimentare e una dieta a basso contenuto di istamina, seguita da reintroduzione. Esiste anche un test che misura l’attività dell’enzima DAO nel sangue, ma va interpretato con cautela e sempre nel contesto clinico generale.
La tabella seguente, basata su un’attenta analisi comparativa delle amine biogene, chiarisce le differenze chiave.
| Caratteristica | Intolleranza Istamina | Sensibilità Solfiti | Sensibilità Tiramine |
|---|---|---|---|
| Sintomi principali | Mal di testa, orticaria, disturbi gastrici | Asma, difficoltà respiratorie | Emicrania, ipertensione |
| Tempo insorgenza | 45 minuti dopo il pasto | Immediato-30 minuti | 2-24 ore |
| Alimenti trigger | Vino rosso, formaggi stagionati, pesce conservato | Vino bianco, frutta secca | Formaggi fermentati, cioccolato |
| Meccanismo | Deficit enzima DAO | Reazione ai conservanti | Accumulo di amine biogene |
Identificare un’intolleranza all’istamina richiede un approccio da detective, correlando attentamente cibi, tempistiche e sintomi, molto più di quanto possa fare qualsiasi test generico.
Eliminare latte e grano: come non andare in carenza di calcio e vitamine col fai-da-te?
Una volta ricevuta la lista dei “cibi no” da un test pseudoscientifico, la reazione più comune è eliminare drasticamente interi gruppi alimentari come latticini e cereali con glutine. Sebbene questo possa portare a un temporaneo sollievo (spesso per un effetto placebo o perché si eliminano cibi processati), nel medio-lungo termine si corre un rischio concreto e sottovalutato: le carenze nutrizionali. Le diete di eliminazione “fai-da-te” sono una delle principali cause di deficit di micronutrienti essenziali.
Eliminare i latticini senza un’adeguata sostituzione porta quasi inevitabilmente a una carenza di calcio, fondamentale per la salute delle ossa. Allo stesso modo, eliminare il grano e altri cereali significa rinunciare a una fonte importante di fibre e vitamine del gruppo B, come tiamina, niacina e folato, cruciali per il metabolismo energetico e la salute del sistema nervoso. Questo non è un parere, ma un dato di fatto, come dimostrato da studi su diete restrittive che evidenziano come chi segue una dieta senza glutine consumi meno ferro e fibre, e chi segue diete a basso contenuto di FODMAP abbia un apporto di calcio inferiore.
Una vera diagnosi di celiachia o intolleranza al lattosio, fatta da un medico, è sempre accompagnata da un piano nutrizionale per compensare queste mancanze. Ma se l’eliminazione è basata su un test inaffidabile, si subisce solo il danno della carenza senza alcun beneficio reale. Fortunatamente, esistono molte alternative alimentari per garantire un apporto adeguato di tutti i nutrienti, a patto di conoscerle e integrarle correttamente nella propria dieta.
Fonti alternative per Calcio e Vitamine B
- Calcio: Integrare con sardine o alici con la lisca, tahina (crema di sesamo), mandorle, cavolo nero e altre verdure a foglia verde. Anche alcune acque minerali sono ricche di calcio (controllare l’etichetta per valori >150mg/L).
- Vitamina B1 (Tiamina): Si trova in abbondanza in semi di girasole, legumi (fagioli, lenticchie) e carne di maiale magra.
- Vitamina B3 (Niacina): Tonno, petto di pollo, arachidi e funghi sono ottime fonti.
- Folato (B9): Privilegiare verdure a foglia verde scuro (spinaci, bietole), asparagi e legumi.
- Aumentare l’assorbimento: Per i legumi, un ammollo prolungato (almeno 12 ore) e la cottura con un pezzetto di alga kombu riducono i fitati, sostanze che limitano l’assorbimento di minerali come calcio e ferro.
Prima di eliminare un alimento, chiediti sempre: “Con cosa lo sostituisco?”. La risposta a questa domanda è la vera chiave per una dieta di esclusione sicura ed efficace, sempre sotto la guida di un professionista.
Dieta a eliminazione: come e quando reintrodurre i cibi per capire cosa vi fa male?
Abbiamo stabilito che i test pseudoscientifici sono inutili. Ma allora, come si fa a capire quale alimento scatena i sintomi? La risposta è il metodo più antico, rigoroso e scientificamente valido: la dieta di eliminazione e reintroduzione. Questo protocollo, che deve essere sempre supervisionato da un medico o un nutrizionista, è il gold standard per identificare i trigger alimentari. Non è una dieta per dimagrire, ma un vero e proprio strumento diagnostico.
Il processo si articola in due fasi principali. La prima è la fase di eliminazione: per un periodo definito, solitamente 2-4 settimane, si rimuovono dalla dieta tutti gli alimenti sospettati di causare i sintomi (i più comuni sono glutine, latticini, uova, soia, frutta a guscio, mais). In questa fase si segue una dieta semplice e “pulita”, basata su alimenti a basso potenziale di reazione.

Se i sintomi migliorano o scompaiono, si passa alla fase cruciale: la reintroduzione. Questo è il momento della verità, in cui si agisce come veri detective. Gli alimenti vengono reintrodotti uno alla volta, seguendo un calendario preciso, per identificare con esattezza quale di essi è il responsabile. È un processo metodico che richiede pazienza e attenzione.
Il protocollo di reintroduzione: un passo alla volta
La fase di reintroduzione riporta lentamente nella dieta i gruppi alimentari eliminati. Ogni alimento o gruppo (es. latticini) deve essere introdotto singolarmente, consumandolo in porzioni normali per 2-3 giorni consecutivi, mentre si tiene un diario dettagliato dei sintomi. Se non compare alcuna reazione durante questo periodo, l’alimento è considerato “tollerato” e si può procedere alla reintroduzione del successivo, dopo una pausa di un paio di giorni. Se invece i sintomi ricompaiono, si è identificato un trigger. L’alimento viene nuovamente eliminato e si attende la completa scomparsa dei sintomi prima di testare il successivo.
La dieta di eliminazione trasforma il paziente da vittima passiva a protagonista attivo della propria diagnosi, fornendo dati oggettivi e personalizzati che nessun test del capello potrà mai offrire.
Perché i farmaci per il reflusso non funzionano se continuate a cenare alle 21:Come leggere gli esami del sangue prima di andare dal medico senza spaventarsi per gli asterischi?
Nel titolo di questa sezione, ho volutamente inserito un doppio tema per sottolineare un punto cruciale: spesso ci concentriamo sull’esame o sul farmaco sbagliato, ignorando le cause reali del nostro malessere. Questo è particolarmente vero nel mondo delle intolleranze, dove si spendono fortune in test inutili anziché focalizzarsi sui pochi strumenti diagnostici realmente validati dalla comunità scientifica. È ora di fare chiarezza e smettere di farsi spaventare da asterischi senza significato su referti pseudoscientifici.
Partiamo da un fatto inoppugnabile: i test basati sull’analisi del capello, sulla kinesiologia, sul test delle IgG (spesso venduti come “intolleranze alimentari”) o sul test DRIA non hanno alcuna validità scientifica. Il capello è un tessuto morto, non può riflettere lo stato infiammatorio attuale del corpo. Le IgG sono anticorpi della “memoria”, indicano semplicemente che siamo entrati in contatto con un alimento, non che siamo intolleranti ad esso. Anzi, un alto livello di IgG può indicare tolleranza, non il contrario! Cadere in questi “meccanismi-trappola” non è solo uno spreco di denaro, ma è pericoloso.
Come sottolinea la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), affidarsi a questi metodi comporta un rischio concreto. Il Dr. Russello, in un documento ufficiale sui test per allergie, è molto chiaro:
I test alternativi non hanno rischi durante l’esecuzione, ma di sicuro impediscono a un paziente di scoprire il vero problema. Non diagnosticare allergie alimentari è grave perché in alcuni casi potrebbe mettere a rischio la vita dell’individuo. In altre situazioni si potrebbe correre il rischio di un ritardo diagnostico o di scambiare patologie gravi come presunte intolleranze.
– Dr. Russello, FNOMCeO
Allora, quali sono gli esami attendibili? Pochi e specifici, secondo le linee guida del Ministero della Salute. Per le intolleranze, i principali sono il Breath Test per lattosio e altri zuccheri e la dieta di eliminazione. Per le allergie, si usano il Prick Test cutaneo e il dosaggio delle IgE specifiche nel sangue. Per la celiachia, la ricerca degli anticorpi anti-transglutaminasi (anti-tTG) e la successiva biopsia. Tutto il resto è rumore di fondo che arricchisce chi lo vende e confonde chi lo compra.
La prossima volta che vedrete un asterisco su un referto di un test del capello, ignoratelo. Il vero asterisco, quello a cui prestare attenzione, è quello sui vostri esami del sangue standard, e va interpretato con il vostro medico, non con un venditore di fumo.
Diario del mal di testa: come scoprire i vostri “trigger” alimentari o ambientali
Il mal di testa, specialmente l’emicrania, è uno dei sintomi extra-intestinali più comuni legati all’alimentazione, ma anche uno dei più difficili da decifrare. Il legame causa-effetto non è quasi mai immediato o lineare. Un cibo che sembra scatenare un attacco oggi, potrebbe non avere alcun effetto domani. Questo perché il mal di testa è spesso il risultato di un “effetto cumulo” o del superamento di una soglia personale di tolleranza. Diversi fattori – alimentari, ormonali, ambientali, stress – si sommano fino a diventare la goccia che fa traboccare il vaso.
In questo scenario complesso, affidarsi a una lista generica di “cibi da evitare” è inutile. Lo strumento più potente a vostra disposizione è, ancora una volta, un’indagine investigativa mirata: il diario del mal di testa. A differenza di un semplice diario alimentare, questo strumento è progettato per mettere in correlazione l’insorgenza del dolore con una molteplicità di fattori, non solo con ciò che avete mangiato. Compilarlo con costanza per almeno 4-6 settimane può rivelare pattern e trigger assolutamente personali e inaspettati.
L’obiettivo non è solo annotare “cosa” si è mangiato, ma “quando”, in che contesto e quali altri eventi si sono verificati nelle 24-48 ore precedenti l’attacco. Questo permette di identificare correlazioni tra il consumo di alimenti ricchi di amine biogene (istamina, tiramina), variazioni ormonali, cambiamenti climatici o picchi di stress. Presentare questo diario al proprio medico o a un neurologo specializzato in cefalee fornisce una base di dati oggettiva e di valore inestimabile per una diagnosi e una terapia mirate.
Checklist per un diario del mal di testa efficace
- Monitoraggio del dolore: Registra l’orario esatto di inizio e fine di ogni attacco e valuta l’intensità del dolore su una scala da 1 a 10.
- Tracciamento alimentare: Annota meticolosamente tutti gli alimenti, le bevande e gli integratori consumati, non solo nell’ultimo pasto, ma nelle 48 ore precedenti l’insorgenza del mal di testa.
- Fattori fisiologici: Segna la qualità e le ore di sonno della notte precedente, il livello di stress percepito (scala 1-10) e, per le donne, la fase del ciclo mestruale.
- Fattori ambientali: Annota eventuali cambiamenti di pressione atmosferica, giornate particolarmente umide o ventose, o l’esposizione a luci intense o odori forti.
- Analisi dei trigger noti: Evidenzia specificamente il consumo di alimenti noti per essere ricchi di istamina (vino rosso, formaggi stagionati, tonno in scatola) o tiramina (cioccolato, banane mature, insaccati).
Questo strumento trasforma la frustrazione di un sintomo imprevedibile in un processo di scoperta attiva, mettendo te, e non un test, al centro della soluzione.
Da ricordare
- La maggior parte dei test per intolleranze venduti in farmacia non ha validità scientifica; gli unici affidabili sono specifici come il Breath Test.
- La diagnosi di condizioni complesse come la Sensibilità al Glutine Non Celiaca (NCGS) avviene solo per esclusione, dopo aver escluso celiachia e allergia al grano.
- Il metodo più efficace per identificare i cibi trigger è la dieta di eliminazione e reintroduzione, sempre sotto controllo medico per evitare carenze nutrizionali.
Diario alimentare pre-visita: perché scriverlo per 3 giorni rende la dieta più efficace
Arrivare alla visita da un nutrizionista o un allergologo dicendo “mangio bene, ma sto male” è il modo peggiore per iniziare. La percezione di ciò che mangiamo è spesso distorta e incompleta. Il diario alimentare, compilato per almeno 3-7 giorni prima della visita, è lo strumento più potente che un paziente possa fornire al proprio medico. Non è un test di memoria, ma una fotografia oggettiva delle tue abitudini reali, che rivela dettagli che altrimenti andrebbero persi.
Perché è così efficace? Perché un professionista non guarda solo “cosa” mangi, ma analizza una serie di pattern nascosti. Un diario ben compilato permette di valutare il carico sintomatologico complessivo. Forse non è il singolo pezzo di formaggio a causare il gonfiore, ma l’abbinamento del formaggio con il vino e il pane lievitato, consumati a tarda sera dopo una giornata stressante. Il diario rivela le interazioni tra cibi, la distribuzione dei pasti durante la giornata, la velocità di consumo e il contesto emotivo in cui si mangia.
Idealmente, il diario dovrebbe coprire anche il weekend, poiché le abitudini alimentari e gli orari spesso cambiano drasticamente rispetto ai giorni feriali, offrendo indizi preziosi. Compilare questo strumento non è un compito da svolgere per “compiacere” il medico, ma un investimento sul proprio percorso diagnostico. Rende la visita medica esponenzialmente più produttiva, consentendo al professionista di formulare ipotesi mirate fin dal primo incontro, anziché procedere per tentativi.
La tabella seguente mostra cosa osserva un esperto quando analizza il tuo diario, trasformando semplici annotazioni in dati diagnostici cruciali.
| Elemento analizzato | Cosa rivela | Importanza per la diagnosi |
|---|---|---|
| Orari dei pasti | Ritmi circadiani, digestione | Identifica correlazioni temporali con sintomi |
| Quantità e porzioni | Carico digestivo, sovralimentazione | Sintomi dose-dipendenti |
| Abbinamenti alimentari | Interazioni tra cibi | Effetti sinergici negativi |
| Velocità di consumo | Qualità della masticazione | Problemi digestivi meccanici |
| Contesto emotivo | Stress, eating emozionale | Trigger psicosomatici |
| Bevande | Calorie liquide nascoste | Zuccheri e additivi non considerati |
In definitiva, il diario alimentare è la prova che la soluzione ai tuoi problemi non è in una provetta, ma nelle tue mani. Iniziare a compilarlo oggi è il primo, vero passo verso il benessere.
Domande frequenti sulla dieta di eliminazione
Quanto deve durare la fase di eliminazione?
La fase di eliminazione prevede la rimozione degli alimenti che si sospetta possano scatenare i sintomi per un breve periodo di tempo, in genere 2-3 settimane.
Posso fare la dieta di eliminazione da solo?
No, la cosa più importante da sapere è che dovresti farlo solo con la guida di un medico o nutrizionista. Dietro alle tue presunte intolleranze potresti avere un problema di salute di base come la celiachia o una malattia infiammatoria intestinale, che richiedono una diagnosi precisa e non possono essere gestite con il fai-da-te.
Quali sono i rischi di una dieta di eliminazione prolungata?
Le diete di eliminazione dovrebbero essere seguite solo per un breve periodo, tra le quattro e le otto settimane al massimo. Seguire una dieta di eliminazione più a lungo senza la supervisione di un professionista e senza un piano di reintegro potrebbe causare significative carenze nutrizionali a seguito dell’esclusione di interi gruppi di alimenti.