
La scena è familiare: tra le bollette e la pubblicità, spunta una busta con il logo dell’Azienda Sanitaria Locale. Dentro, un invito a partecipare a un programma di screening. Per molti, la reazione è un misto di fastidio (“un’altra cosa di cui occuparmi”), ansia (“e se trovano qualcosa?”) o, più spesso, un’alzata di spalle. Si pensa “sto bene”, “non ho tempo”, “sono troppo giovane/vecchio per questo”. Quel foglio finisce in un cassetto o, peggio, direttamente nel cestino della carta. Questo gesto, apparentemente innocuo, è in realtà una delle decisioni più rischiose che si possano prendere.
Come epidemiologo, passo le mie giornate a studiare dati, probabilità e curve di sopravvivenza. E posso dirvi con certezza che il più grande nemico della nostra salute a lungo termine non è la malattia stessa, ma il nostro modo di percepirne il rischio. Siamo vittime di un potente inganno mentale, il cosiddetto bias di ottimismo: la ferma convinzione che le cose brutte accadano sempre “agli altri”. Ma i tumori non funzionano così. Non chiedono il permesso, non guardano la carta d’identità e spesso crescono in silenzio per anni.
E se vi dicessi di guardare a quella lettera non come a una minaccia, ma come a un’opportunità? Un investimento a costo zero (o quasi) con un potenziale di rendimento enorme: anni di vita in buona salute. Il vero “costo” non è dedicare un’ora a un esame; è il costo dell’attesa. Quello che oggi è un polipo di pochi millimetri, tra cinque anni potrebbe essere un tumore avanzato che richiede terapie invasive e dall’esito incerto. Lo screening non serve a “trovare un cancro”, serve a trovarlo in una fase talmente precoce da poterlo eliminare con un intervento minimo, spesso risolutivo.
In questo articolo, non ci limiteremo a ripetere lo slogan “prevenire è meglio che curare”. Armati di dati e statistiche reali, smonteremo i miti, affronteremo le paure e analizzeremo il valore strategico di ogni singolo programma di screening. Scopriremo insieme come superare gli ostacoli pratici e burocratici, e capiremo perché rispondere a quell’invito è la scelta più razionale e intelligente per gestire il bene più prezioso che abbiamo: il nostro futuro.
Per chi preferisce un formato visivo, il video seguente offre un’utile introduzione al concetto di prevenzione, in particolare per lo screening mammografico, utilizzando la Comunicazione Aumentativa e Alternativa per la massima accessibilità.
Per navigare attraverso le complesse ma fondamentali tematiche della prevenzione, abbiamo strutturato questa guida per rispondere alle domande più pressanti e pratiche. Ogni sezione è pensata per fornirvi non solo informazioni, ma strumenti concreti per agire con consapevolezza.
Sommario: La tua guida strategica agli screening e alla prevenzione
- Kit per il sangue occulto nelle feci: come usarlo a casa senza contaminare il campione?
- Mammografia a 45 o 50 anni: perché le regioni hanno regole diverse e cosa fare nel “buco” temporale?
- Pap test o HPV DNA test: qual è la differenza e perché il protocollo è cambiato?
- Screening Epatite C per i nati 1969-1989: perché farlo anche se non avete mai usato droghe?
- Richiamo dopo lo screening: perché non significa che avete il cancro (statistiche alla mano)
- Test BRCA1/BRCA2:Come prenotare una visita al CUP regionale saltando 40 minuti di attesa telefonica?
- Certificato vaccinale perso: come recuperare lo storico di 20 anni fa sul FSE?
- Check-up completo privato o esami singoli col SSN: quando spendere 300€ vi fa risparmiare tempo?
Kit per il sangue occulto nelle feci: come usarlo a casa senza contaminare il campione?
Lo screening per il tumore del colon-retto è forse quello che genera più imbarazzo e procrastinazione, eppure è uno dei più efficaci. Si basa sulla ricerca di sangue non visibile nelle feci, un possibile primo segnale di polipi o lesioni tumorali. Il test immunochimico fecale (FIT), oggi in uso, è molto più affidabile del suo predecessore. Pensateci in termini di probabilità: secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Screening, il test FIT ha una sensibilità del 79% per il cancro colorettale, un salto quantico rispetto al vecchio test al guaiaco. Questo significa che ha una capacità molto elevata di identificare i casi a rischio.
La sfida più grande, però, è psicologica e pratica: usare correttamente il kit a casa. L’idea di dover raccogliere un campione di feci è un deterrente per molti, ma la procedura è studiata per essere il più semplice e igienica possibile. Un errore comune è contaminare il campione con l’acqua del WC o non prelevarlo nei punti giusti, falsando il risultato. Seguire meticolosamente le istruzioni non è pignoleria, è la garanzia di rendere quel test un valido calcolo del rischio. Un test ben eseguito significa che, se il risultato è negativo, si può stare tranquilli per i successivi due anni. Se è positivo, non è una diagnosi di cancro, ma l’attivazione di un percorso di approfondimento (la colonscopia) che nella maggior parte dei casi individua e rimuove polipi benigni prima che possano degenerare.
Il tuo piano d’azione: uso corretto del kit FIT
- Preparazione preliminare: A differenza del vecchio test, il FIT non richiede diete specifiche. Seguite solo le indicazioni su farmaci come l’aspirina, se specificato nel foglietto illustrativo.
- Raccolta del campione: Usate il foglio di raccolta o il supporto fornito per evitare il contatto delle feci con l’acqua del WC. Prelevate il campione con la spatolina in 3-4 punti diversi della massa fecale, come se steste “campionando” un terreno.
- Conservazione e sigillatura: Inserite la spatolina nel flacone con il liquido, avvitate bene e agitate. Non riempite troppo il flacone; basta la quantità raccolta dalla spatolina.
- Etichettatura e conservazione: Scrivete nome, cognome e data sull’etichetta. Se non potete consegnarlo subito, conservate il campione in frigorifero (non nel freezer) in un sacchetto sigillato.
- Consegna rapida: Portate il campione al punto di raccolta indicato entro 24-48 ore. Questo garantisce la massima affidabilità dell’analisi.
Affrontare questo test con metodo trasforma un compito percepito come sgradevole in un potente atto di controllo sulla propria salute.
Mammografia a 45 o 50 anni: perché le regioni hanno regole diverse e cosa fare nel “buco” temporale?
La mammografia è lo strumento di diagnosi precoce più potente contro il tumore al seno, ma la sua applicazione sul territorio nazionale è a “macchia di leopardo”. Questo crea confusione e, talvolta, un pericoloso “buco” temporale nella prevenzione. La domanda che molte donne si pongono è: “Perché la mia amica in Emilia-Romagna inizia a 45 anni e io in Abruzzo devo aspettare i 50?”. La risposta risiede in un complesso equilibrio tra beneficio clinico, sostenibilità economica e organizzazione sanitaria regionale. Le regioni con maggiori risorse e una più alta incidenza storica della patologia tendono ad anticipare lo screening per massimizzare il numero di diagnosi precoci.

Questa disomogeneità non deve essere vista come un’ingiustizia, ma come un dato di fatto da gestire strategicamente. Se vivete in una regione che parte a 50 anni ma avete familiarità per il tumore al seno o altri fattori di rischio (come un seno denso), attendere passivamente non è la scelta migliore. Parlare con il proprio medico di base o un ginecologo per valutare una mammografia “ponte” a pagamento o tramite SSN con prescrizione diventa un investimento sulla salute. L’obiettivo è coprire quel vuoto in cui il rischio statistico di ammalarsi inizia a crescere, ma il programma pubblico non è ancora attivo. Questa tabella illustra chiaramente le differenze, permettendovi di capire dove vi collocate e come agire.
Questa tabella, basata su dati indicativi, mostra come l’offerta dello screening mammografico possa variare. Per informazioni precise e aggiornate è fondamentale consultare il sito della propria ASL o regione. Come si può notare dall’analisi comparativa dei programmi regionali, l’età di inizio e la frequenza non sono uniformi.
| Regione | Fascia d’età | Frequenza | Modalità di invito |
|---|---|---|---|
| Emilia-Romagna | 45-74 anni | Annuale (45-49), Biennale (50-74) | Lettera con appuntamento prefissato |
| Lombardia | 45-74 anni | Biennale | Lettera con prenotazione online |
| Abruzzo | 50-74 anni | Biennale | Lettera con appuntamento |
| Calabria | 50-69 anni | Biennale | Invito cartaceo |
Essere informate su queste varianti permette di prendere il controllo e dialogare con il proprio medico per costruire un percorso di prevenzione personalizzato e senza interruzioni.
Pap test o HPV DNA test: qual è la differenza e perché il protocollo è cambiato?
Per decenni, il Pap test è stato il pilastro della prevenzione del tumore della cervice uterina. Oggi, stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione guidata dalla scienza: il passaggio al test HPV-DNA come esame di screening primario. Perché questo cambiamento? È una questione di precisione e lungimiranza. Il Pap test è un esame citologico: cerca le cellule anomale, un effetto della malattia. Il test HPV-DNA, invece, è un esame molecolare: cerca la causa, ovvero la presenza del DNA del Papillomavirus ad alto rischio, responsabile di quasi tutti i tumori della cervice. È come cercare le impronte digitali del colpevole (HPV test) invece di aspettare di vedere i danni che ha fatto (Pap test).
Questo cambio di paradigma ha enormi implicazioni positive. Come sottolineano le massime autorità sanitarie, è un passo avanti decisivo nella prevenzione. L’Osservatorio Nazionale Screening lo definisce chiaramente nel suo ultimo rapporto:
Il passaggio dal Pap test all’HPV test come strumento di screening primario nella fascia 30-64 anni rappresenta una rivoluzione nella prevenzione: permette intervalli più lunghi in sicurezza grazie alla maggiore sensibilità nel rilevare lesioni precancerose.
– Osservatorio Nazionale Screening, Rapporto ONS 2024
La maggiore sensibilità del test HPV permette di allungare l’intervallo di screening da 3 a 5 anni con grande sicurezza. Se il test è negativo, la probabilità di sviluppare lesioni significative nei 5 anni successivi è bassissima. Questo non solo riduce l’ansia e il numero di esami per le donne, ma ottimizza le risorse del sistema sanitario, concentrandole su chi ha un rischio reale. Il successo di questo protocollo è già misurabile, come dimostrano i risultati di chi lo ha implementato per primo.
Il successo del nuovo protocollo HPV in Emilia-Romagna
L’Emilia-Romagna è stata una delle prime regioni a introdurre il test HPV come screening primario ogni 5 anni per le donne tra 30 e 64 anni. I risultati, come riportato sul sito della sanità regionale, sono straordinari. Dopo l’implementazione, si è registrata una riduzione del 40% dell’incidenza di tumori della cervice uterina e del 50% della mortalità nella popolazione target. L’adesione allo screening, un indicatore chiave di successo, è salita al 66% nel 2023, dimostrando che un programma ben comunicato e scientificamente solido viene accettato e valorizzato dalla popolazione.
Quindi, quando ricevete l’invito per un test HPV ogni 5 anni invece del Pap test ogni 3, non è un “taglio” alla sanità, ma un’evoluzione intelligente della prevenzione, basata sulle più solide evidenze scientifiche.
Screening Epatite C per i nati 1969-1989: perché farlo anche se non avete mai usato droghe?
Uno degli screening più recenti e forse meno compresi è quello per l’Epatite C (HCV), offerto gratuitamente a tutti i nati tra il 1969 e il 1989. La reazione più comune è: “Perché proprio io? Non ho mai usato droghe per via endovenosa, non ho fattori di rischio”. Questo è il più grande fraintendimento. L’HCV è stato soprannominato “l’epidemia silenziosa” proprio perché per decenni il virus si è diffuso attraverso canali oggi considerati sicuri, ma che non lo erano negli anni ’70, ’80 e primi ’90. Stiamo parlando di trasfusioni di sangue non ancora testato, procedure mediche o odontoiatriche con strumenti non sterilizzati secondo gli standard attuali, e persino tatuaggi o piercing eseguiti in condizioni di igiene precarie.

Questa coorte di nascita è stata selezionata non perché associata a comportamenti a rischio, ma perché ha vissuto l’età adulta o l’adolescenza in un’epoca in cui il virus circolava liberamente e inconsapevolmente nella società e nelle strutture sanitarie. Il valore statistico di questo screening di massa è enorme: si stima che in Italia ci siano centinaia di migliaia di persone con un’infezione da HCV non diagnosticata. Il virus può rimanere latente per 20-30 anni, danneggiando lentamente il fegato fino a causare cirrosi o epatocarcinoma. Identificare l’infezione oggi significa poterla eradicare completamente. Grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta (DAA), la terapia dura solo 8-12 settimane, ha effetti collaterali minimi e porta a una guarigione completa in oltre il 95% dei casi, un risultato impensabile solo dieci anni fa e confermato dalle linee guida del Ministero della Salute.
Fare questo semplice test del sangue non è ammettere un passato di comportamenti rischiosi; è un atto di intelligenza e responsabilità, che sfrutta un’opportunità unica per eliminare un potenziale pericolo silenzioso con una terapia semplice ed estremamente efficace.
Richiamo dopo lo screening: perché non significa che avete il cancro (statistiche alla mano)
Ricevere una seconda lettera dopo uno screening, quella che convoca per un “approfondimento diagnostico”, è probabilmente uno dei momenti più temuti. La mente corre subito allo scenario peggiore e l’ansia può diventare paralizzante. È qui che, come epidemiologo, vi chiedo di fare un respiro profondo e guardare ai numeri. I numeri sono i nostri migliori alleati contro la paura irrazionale. Un richiamo dopo uno screening non è una diagnosi di cancro. Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, è esattamente il contrario.
Gli screening sono progettati per essere estremamente sensibili, ovvero per identificare ogni possibile anomalia, anche la più piccola. Questo significa che hanno un tasso di “falsi positivi” intrinsecamente alto. Preferiamo richiamare 10 persone per un falso allarme piuttosto che perdere un singolo caso reale. Le statistiche nazionali sono incredibilmente rassicuranti: come riportato dalla Fondazione AIRC basandosi sui dati nazionali, su 100 donne richiamate dopo una mammografia di screening, circa 95 non hanno un tumore. Il richiamo serve a chiarire la natura di un’immagine poco chiara, di una cisti benigna, di un’area di tessuto più denso. È un controllo di sicurezza, non una condanna. L’esperienza di chi ci è passato è la prova più tangibile.
Maria, 52 anni, racconta: ‘Quando ho ricevuto la lettera di richiamo ero terrorizzata. Il mio medico mi ha spiegato che nella maggior parte dei casi si tratta di approfondimenti di routine. Dopo l’ecografia supplementare, tutto si è risolto: era solo un’area di tessuto più denso. L’attesa è stata difficile, ma parlarne con il personale del centro screening mi ha molto aiutata.’
– Maria, 52 anni, Humanitas
Gestire l’attesa è la parte più difficile. La tendenza è quella di cercare risposte su internet, alimentando un circolo vizioso di ansia. La strategia migliore è affidarsi ai professionisti e mantenere il controllo sulla propria routine. Ecco alcuni consigli pratici:
- Non cercate informazioni su internet ma rivolgetevi al centro screening o al vostro medico per domande specifiche.
- Mantenete la routine quotidiana per ridurre i pensieri ricorrenti e l’ansia.
- Portate con sé un familiare o amico all’appuntamento di approfondimento per avere supporto emotivo.
- Preparate una lista di domande da fare al medico durante la visita per sentirvi più in controllo.
- Ricordate la statistica chiave: la probabilità è schiacciantemente a vostro favore.
Il richiamo è un segno che il sistema di prevenzione funziona bene, è un meccanismo di sicurezza che garantisce che nulla venga trascurato. Affrontatelo con razionalità e fiducia nei dati.
Test BRCA1/BRCA2:Come prenotare una visita al CUP regionale saltando 40 minuti di attesa telefonica?
Per chi ha una forte familiarità con tumori al seno o all’ovaio, il test genetico per le mutazioni BRCA1 e BRCA2 è un passo fondamentale. Non è uno screening di massa, ma un test di approfondimento prescritto dopo una consulenza genetica. Tuttavia, accedere a questa consulenza può trasformarsi in un’odissea burocratica, con attese telefoniche infinite al Centro Unico di Prenotazione (CUP). Questo è uno di quegli ostacoli pratici che scoraggiano anche le persone più motivate. Eppure, esistono strategie per “hackerare” il sistema legalmente e risparmiare tempo prezioso.
Le regioni più digitalizzate offrono alternative molto più efficienti del telefono. L’errore più comune è insistere con il canale che conosciamo meglio (la telefonata), ignorando le nuove porte d’accesso digitali. App per smartphone, portali web con autenticazione SPID o CIE (Carta d’Identità Elettronica) permettono di visualizzare le agende e prenotare in pochi click, spesso in orari non di punta. Inoltre, anche gli sportelli fisici, se approcciati strategicamente, possono essere una soluzione rapida. Conoscere gli orari di minor afflusso può trasformare un’attesa di un’ora in una pratica di dieci minuti. La chiave è pensare come un gestore di processi: qual è il canale meno congestionato per ottenere il risultato?

Strategie di prenotazione veloce al CUP Lombardia
In Lombardia, l’app ‘Prenota Salute’ e il portale regionale rappresentano un esempio virtuoso. Secondo i dati di utilizzo, questi strumenti hanno ridotto i tempi di attesa telefonica del 70% per chi li utilizza. Gli utenti possono prenotare la consulenza genetica oncologica direttamente dall’app, 24 ore su 24, usando SPID o CIE. Per chi preferisce il contatto umano, un’analisi dei flussi ha mostrato che gli sportelli fisici CUP negli ospedali hanno code significativamente minori tra le 14:00 e le 16:00 dei giorni feriali. In questa fascia oraria, i tempi di attesa medi scendono a 10 minuti, contro i 40 minuti o più delle attese telefoniche nelle ore di punta del mattino.
Superare le barriere burocratiche non è solo una questione di pazienza, ma di informazione e strategia. Usare la tecnologia a proprio vantaggio trasforma un percorso a ostacoli in un processo lineare.
Certificato vaccinale perso: come recuperare lo storico di 20 anni fa sul FSE?
In un mondo sempre più connesso e in un contesto di crescente attenzione alla prevenzione, avere a disposizione il proprio storico vaccinale completo è fondamentale. Può essere necessario per viaggi, per nuove vaccinazioni o semplicemente per avere un quadro completo della propria storia sanitaria. Ma cosa fare se il vecchio certificato cartaceo è andato perso? Recuperare vaccinazioni fatte 10, 20 o 30 anni fa può sembrare un’impresa impossibile. La soluzione si chiama Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), ma con delle importanti precisazioni.
Il FSE è il nostro archivio sanitario digitale, un potente strumento che sta gradualmente aggregando tutta la nostra storia clinica. Per le vaccinazioni, però, esiste uno spartiacque temporale. Generalmente, il FSE contiene in automatico le vaccinazioni effettuate dal momento della sua piena implementazione nella vostra regione, che per molte è avvenuta attorno al 2010-2012. Cosa fare per il “prima”? Le vaccinazioni più vecchie non sono scomparse, sono semplicemente conservate negli archivi cartacei dell’ASL di competenza all’epoca della somministrazione. Se da bambini vivevate a Roma e ora risiedete a Milano, è all’ASL romana che dovrete rivolgervi. La procedura non è complessa, ma richiede i passaggi giusti.
Ecco una guida pratica per ricostruire il vostro puzzle vaccinale, combinando il digitale e l’analogico:
- Accesso al FSE: La prima mossa è accedere al Fascicolo Sanitario Elettronico della vostra regione di residenza attuale tramite SPID o CIE.
- Navigazione: Cercate la sezione “Vaccinazioni”, “Certificati Vaccinali” o “Libretto Vaccinale”. Qui troverete tutto lo storico digitalizzato.
- Identificazione dei “buchi”: Controllate le date. Se mancano le vaccinazioni infantili o quelle fatte prima di una certa data, avete identificato il periodo da recuperare.
- Richiesta all’ASL storica: Contattate l’Ufficio Igiene e Sanità Pubblica dell’ASL in cui risiedevate al momento delle vaccinazioni mancanti. Spiegate che state richiedendo una copia del vostro storico vaccinale per l’aggiornamento del FSE.
- Richiesta ufficiale: Potrebbe essere necessario inviare un modulo via email o recarsi di persona con un documento d’identità e la tessera sanitaria. Una volta ottenuto il certificato cartaceo, potete chiederne l’inserimento nel vostro FSE attuale tramite la vostra ASL di residenza.
Anche se richiede un po’ di impegno, avere un libretto vaccinale completo e digitalizzato è un altro tassello fondamentale nella gestione proattiva e consapevole della propria salute.
Da ricordare
- La maggior parte dei richiami post-screening (circa il 95% per la mammografia) non porta a una diagnosi di cancro, ma sono controlli di sicurezza.
- I nuovi protocolli, come il test HPV ogni 5 anni, sono più efficaci e sicuri dei precedenti, non un taglio alla sanità.
- Sfruttare i canali digitali (app, portali con SPID/CIE) è la strategia più efficace per superare le lunghe attese telefoniche dei CUP.
Check-up completo privato o esami singoli col SSN: quando spendere 300€ vi fa risparmiare tempo?
Arriviamo a una questione cruciale che bilancia salute, tempo e denaro. Da un lato, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) offre esami di alta qualità a un costo irrisorio (il ticket) se prescritti dal medico. Dall’altro, il settore privato offre pacchetti di “check-up completi” rapidi ma costosi. La domanda non è quale sia “meglio” in assoluto, ma quale sia la scelta più intelligente per la vostra situazione specifica. È un classico calcolo costo-opportunità. Il costo di un esame non è solo il suo prezzo, ma anche il tempo perso per prenotarlo, eseguirlo e ritirare il referto. Per una persona il cui tempo ha un alto valore economico, come un libero professionista o un manager, perdere mezze giornate di lavoro per diversi appuntamenti può avere un costo superiore a quello del check-up privato.
D’altra parte, affidarsi ciecamente a pacchetti pre-confezionati può essere uno spreco. Molti check-up privati includono esami, come i marcatori tumorali, che usati come screening su persone asintomatiche e senza fattori di rischio hanno una scarsa utilità e possono generare falsi positivi e ansia. La strategia più saggia è un approccio ibrido: usare il SSN per tutti gli esami di routine e gli screening programmati, e ricorrere al privato solo per esigenze specifiche, come la necessità di avere risposte rapide per un problema urgente o quando il “costo del tempo” supera di gran lunga il costo degli esami, come dimostra l’esperienza di molti.
Quando il privato conviene: il caso del manager in trasferta
Marco, 48 anni, è un dirigente che viaggia spesso per lavoro. Ha scelto un check-up privato da 350€. La sua logica è puramente economica: “Con il SSN avrei dovuto prendere 5 giorni di permesso diversi per fare tutti gli esami prescritti dal mio medico. Il centro privato mi ha organizzato tutto in una sola mattinata. Considerando che una mia giornata lavorativa vale economicamente circa 400€, ho effettivamente risparmiato soldi e stress. Tuttavia, per i controlli di routine non urgenti e per gli screening programmati, mi affido sempre al mio medico di base e al SSN.” Questo testimonia l’importanza di un’analisi del costo opportunità personale.
Il seguente tavolo mostra un confronto indicativo che evidenzia questa dinamica. Non è un invito a scegliere il privato, ma uno strumento per fare una valutazione informata.
| Esame | Costo Privato | Ticket SSN | Tempi di attesa |
|---|---|---|---|
| Emocromo completo | 25€ | 3,50€ | SSN: 7-10 giorni |
| Glicemia, colesterolo | 40€ | 5€ | SSN: 7-10 giorni |
| TSH, FT3, FT4 | 60€ | 15€ | SSN: 15-20 giorni |
| Markers tumorali | 80€ | 25€ | SSN: 20-30 giorni |
| Ecografia addome | 100€ | 36€ | SSN: 30-45 giorni |
| TOTALE | 305€ | 84,50€ | Privato: 1-2 giorni |
La scelta ottimale, quindi, non è mai assoluta. Risiede nella capacità di usare entrambi i sistemi, pubblico e privato, in modo intelligente e strategico, come strumenti diversi nella stessa cassetta degli attrezzi per la gestione della propria salute.
Domande frequenti su Screening Epatite C per i nati 1969-1989
Perché proprio la mia generazione deve fare questo test?
Negli anni ’70-’80 non esistevano test per l’HCV nel sangue donato, gli strumenti medici e dentistici non sempre seguivano protocolli di sterilizzazione ottimali, e pratiche come tatuaggi e piercing avvenivano senza le attuali norme di sicurezza. La selezione di questa coorte non è legata a stili di vita, ma al periodo storico in cui si è stati esposti a rischi sanitari oggi sotto controllo.
Cosa succede se risulto positivo agli anticorpi?
Un test positivo agli anticorpi (Ab-HCV) non significa avere l’epatite C attiva. Indica solo che si è entrati in contatto con il virus in passato. Per questo, si procede con un secondo esame di conferma (test HCV-RNA) per verificare se il virus è ancora presente e attivo nell’organismo. È importante sapere che in circa il 25% dei casi, il sistema immunitario riesce a eliminare il virus spontaneamente.
Quali sono le possibilità di guarigione oggi?
Le possibilità sono altissime, vicine al 100%. I nuovi farmaci antivirali ad azione diretta (DAA) hanno rivoluzionato la terapia. Portano a una guarigione completa e definitiva (eradicazione del virus) in oltre il 95% dei casi. Il trattamento consiste nell’assunzione di compresse per sole 8-12 settimane, con effetti collaterali minimi o nulli. È una delle più grandi vittorie della medicina moderna.