Pubblicato il Marzo 15, 2024

L’errore che blocca il dimagrimento non è contare male le calorie, ma considerare il fabbisogno calorico un numero fisso invece di un sistema dinamico che si adatta (e si difende) dai deficit troppo aggressivi.

  • Mangiare meno del proprio metabolismo basale attiva meccanismi di sopravvivenza che rallentano il metabolismo e aumentano la fame.
  • La ripartizione dei macronutrienti è cruciale: le proteine, a parità di calorie, ne bruciano di più per essere digerite (effetto termogenico).

Raccomandazione: Smettete di tagliare calorie all’infinito. Imparate a pilotare il vostro deficit calorico con un feedback settimanale preciso, adattando l’introito in base alla risposta reale del vostro corpo, non a un calcolo teorico.

La bilancia non si muove. Eppure, l’app contacalorie sul vostro smartphone è categorica: siete in deficit. Ogni giorno, meticolosamente, registrate ogni grammo di pasta, ogni cucchiaio d’olio, ogni caffè. La matematica non mente, ma il vostro corpo sì. Questa frustrazione è il punto di rottura per il 90% delle persone che tentano di perdere peso. Si finisce per credere a una delle due pericolose bugie: “il mio metabolismo è rotto” oppure “devo mangiare ancora meno”. Entrambe le strade portano a un inevitabile fallimento.

La conversazione comune sul dimagrimento si ferma quasi sempre a consigli semplicistici come “basta creare un deficit” o “taglia i carboidrati”. Si scaricano app, si usano formule generiche e ci si lancia in restrizioni caloriche drastiche, aspettandosi risultati lineari. Ma il corpo umano non è una fornace, è un sistema biologico straordinariamente complesso e adattivo. Il suo obiettivo primario non è farvi entrare nei jeans dell’anno scorso, ma garantirvi la sopravvivenza.

E se l’errore non fosse nel *conteggio*, ma nella *strategia*? Se il problema non fosse la precisione dell’app, ma l’approccio rigido e statico che state usando? La chiave per sbloccare un dimagrimento sostenibile non è trovare un “numero magico” di calorie, ma imparare a *pilotare dinamicamente* il proprio fabbisogno calorico. Significa capire che il vostro corpo reagisce, si adatta e, se messo alle strette, rema contro di voi attivando potenti meccanismi ormonali e metabolici.

Questo articolo non vi darà un’altra formula magica. Al contrario, vi fornirà le conoscenze da nutrizionista sportivo per decostruire i miti, capire le reazioni del vostro corpo e implementare una strategia basata sui numeri e sul feedback reale, trasformandovi da passeggeri frustrati a piloti consapevoli del vostro percorso di dimagrimento.

Per navigare con precisione attraverso i meccanismi che governano il nostro peso, abbiamo strutturato questa guida in capitoli chiari. Ogni sezione affronterà un aspetto specifico del calcolo e della gestione calorica, fornendovi strumenti concreti per ottimizzare la vostra strategia.

Perché mangiare meno del metabolismo basale vi fa ingrassare nel lungo periodo?

L’idea più intuitiva per dimagrire è “mangiare il meno possibile”. È un errore logico che si trasforma in un disastro metabolico. Il Metabolismo Basale (MB) rappresenta l’energia minima di cui il vostro corpo ha bisogno per sopravvivere a riposo: per far battere il cuore, respirare, mantenere la temperatura corporea. Scendere cronicamente sotto questa soglia è come chiedere a un’azienda di funzionare senza pagare l’elettricità: per un po’ può andare avanti con le riserve, ma presto inizierà a spegnere i reparti “non essenziali”.

Quando il deficit calorico diventa eccessivo, il corpo entra in modalità di sopravvivenza. Non sa che volete perdere peso per l’estate; percepisce una carestia e attiva una serie di contromisure biochimiche per proteggersi. Il primo effetto è un rallentamento metabolico: il corpo diventa più “efficiente” e impara a bruciare meno calorie per svolgere le stesse funzioni. Ma la reazione più potente è a livello ormonale. Studi recenti dimostrano che diete troppo restrittive causano un drastico abbassamento della leptina, l’ormone che segnala la sazietà al cervello. Meno leptina significa più fame, un appetito insaziabile che rende quasi impossibile resistere.

Questo meccanismo di difesa è un sistema complesso progettato per farvi cercare cibo e conservare energia. Ignorarlo è la ricetta per l’insuccesso. I meccanismi principali attivati sono:

  • Calo della leptina: Aumenta in modo significativo e persistente la sensazione di fame.
  • Aumento della grelina: L’ “ormone della fame” viene prodotto in quantità maggiori, stimolando ulteriormente l’appetito.
  • Innalzamento del cortisolo: L’ormone dello stress favorisce il catabolismo muscolare (la perdita di muscolo, non di grasso) e la ritenzione idrica.
  • Riduzione della conversione T4-T3: La funzione tiroidea rallenta, abbassando direttamente il dispendio energetico.
  • Riduzione della dopamina: Diminuisce il senso di ricompensa e soddisfazione legato al cibo, portando a cercare gratificazione in cibi più palatabili e calorici.

Nel lungo periodo, questa strategia porta a una perdita di massa muscolare (che a sua volta abbassa il metabolismo basale), a una fame incontrollabile che sfocia in abbuffate e, infine, al recupero del peso perso con gli interessi (spesso sotto forma di grasso). Il corpo, memore della “carestia”, sarà ancora più propenso a immagazzinare energia la volta successiva.

Carboidrati, proteine o grassi: quale ripartizione scegliere per definire i muscoli?

Una volta stabilito un deficit calorico *sostenibile*, la domanda successiva è: da dove devono provenire queste calorie? L’idea che “una caloria è una caloria” è una semplificazione pericolosa. Dal punto di vista termodinamico è vero, ma dal punto di vista metabolico e ormonale, i macronutrienti hanno effetti profondamente diversi. Il fattore più trascurato è l’Effetto Termogenico del Cibo (TEF), ovvero l’energia che il corpo spende per digerire, assorbire e metabolizzare i nutrienti.

I macronutrienti hanno un TEF molto differente. Le proteine sono le campionesse indiscusse della termogenesi: il 20-30% delle calorie che forniscono viene bruciato solo nel processo di digestione. I carboidrati si attestano su un più modesto 5-10%, mentre i grassi sono i più “economici” per il corpo, con un TEF quasi nullo (0-3%). Questo significa che 100 kcal provenienti dal petto di pollo e 100 kcal dall’olio d’oliva hanno un impatto netto diverso sul vostro bilancio energetico giornaliero. A parità di calorie totali, una dieta più ricca di proteine aumenterà il dispendio energetico totale.

Oltre al TEF, ogni macronutriente ha un ruolo specifico, soprattutto in un contesto di definizione muscolare. Le proteine sono fondamentali per preservare la massa magra durante un deficit calorico e per promuovere la sazietà. I carboidrati sono il carburante primario per gli allenamenti ad alta intensità; ridurli troppo compromette la performance e, di conseguenza, il dispendio calorico legato all’attività fisica. I grassi, infine, sono essenziali per la salute ormonale, inclusa la produzione di testosterone, fondamentale per il mantenimento della massa muscolare.

Per un atleta o chiunque miri alla definizione muscolare, una ripartizione efficace in fase di deficit potrebbe essere: 40% proteine, 40% carboidrati, 20% grassi. Questo setup massimizza il TEF, protegge la massa muscolare, fornisce energia per l’allenamento e supporta l’equilibrio ormonale. L’immagine seguente visualizza come questo equilibrio si traduce in un pasto ben strutturato.

Piatto diviso in tre sezioni con alimenti proteici, carboidrati complessi e grassi sani

La tabella seguente, basata su dati consolidati in nutrizione sportiva, riassume le caratteristiche chiave di ogni macronutriente, come evidenziato in analisi come quella di Project Invictus sul calcolo calorico.

Effetto Termogenico e Funzione dei Macronutrienti
Macronutriente TEF (%) Calorie per grammo Funzione principale
Proteine 20-30% 4 kcal Costruzione e riparazione muscolare
Carboidrati 5-10% 4 kcal Energia per allenamento
Grassi 0-3% 9 kcal Salute ormonale

Come creare un deficit calorico sostenibile senza soffrire la fame nervosa?

La fame è il motivo principale per cui le diete falliscono. Un deficit calorico è, per definizione, una privazione. Ma c’è una differenza abissale tra una fame gestibile e una fame nervosa e incontrollabile che porta a svuotare la dispensa. La chiave non è la forza di volontà, ma una strategia intelligente che agisce sui meccanismi fisiologici della sazietà. Un deficit sostenibile si aggira intorno al 10-25% del fabbisogno calorico totale, un taglio sufficiente a indurre la perdita di peso ma non così drastico da scatenare le reazioni di allarme del corpo.

Una delle strategie più efficaci è il “Volume Eating”, ovvero privilegiare alimenti a bassa densità calorica ma ad alto volume. Questo approccio sfrutta i meccanocettori gastrici, sensori presenti nelle pareti dello stomaco che inviano segnali di sazietà al cervello quando lo stomaco si distende. Come sottolineato da analisi nutrizionali, c’è una differenza enorme tra l’impatto saziante di diverse fonti caloriche. Per esempio, 200 kcal possono essere assunte con due cucchiai di olio d’oliva (circa 22 grammi) o con 2 kg di zucchine grigliate. Mentre l’olio passa quasi inosservato a livello gastrico, le zucchine riempiono lo stomaco, attivando un potente segnale di pienezza. Focalizzarsi su verdure, frutta e fonti proteiche magre permette di sentirsi sazi con un numero inferiore di calorie.

Un altro aspetto fondamentale è la gestione ormonale. Deficit troppo aggressivi o l’eliminazione totale di un macronutriente (tipicamente i carboidrati) destabilizzano gli ormoni della fame come la leptina e la grelina. Mantenere un apporto bilanciato, frazionare i pasti e assicurarsi un sonno adeguato sono strategie non negoziabili per tenere a bada la fame nervosa. Integrare giorni di “refeed” (ricarica calorica controllata) può inoltre resettare temporaneamente i livelli di leptina, dando un sollievo psicologico e metabolico.

Il vostro piano d’azione anti-fame: i punti chiave da verificare

  1. Deficit Calorico: Verificate che il vostro deficit non superi il 20% del vostro TDEE. Usate un’app per tracciare l’assunzione media settimanale.
  2. Volume dei Pasti: Analizzate i vostri pasti. State includendo una porzione abbondante di verdura (almeno 200-300g) a pranzo e a cena per massimizzare il volume?
  3. Apporto Proteico: Controllate di assumere almeno 1.6-2.2g di proteine per kg di peso corporeo. Le proteine sono il macronutriente più saziante.
  4. Gestione dei Carboidrati: Non eliminate i carboidrati complessi (avena, riso integrale, patate dolci). Sono essenziali per l’energia e la stabilità dell’umore.
  5. Qualità del Sonno: State dormendo 7-8 ore a notte? La privazione del sonno aumenta la grelina e la fame, come dimostrato da numerosi studi sulla regolazione ormonale.

Il nemico invisibile: quante calorie bevete ogni giorno tra caffè zuccherati e aperitivi?

Uno degli errori di calcolo più comuni e insidiosi riguarda le calorie liquide. Siamo spesso molto attenti al cibo solido, pesando la pasta e controllando le etichette, ma tendiamo a sottovalutare enormemente l’impatto di ciò che beviamo. Le bevande zuccherate, i caffè elaborati e gli alcolici possono sabotare un deficit calorico creato con fatica, perché forniscono “calorie vuote” senza apportare sazietà.

Il cervello, infatti, non registra le calorie liquide allo stesso modo di quelle solide. Un cappuccino zuccherato da 120 kcal o una bibita gassata da 140 kcal scompaiono in pochi minuti senza placare la fame, ma aggiungendosi silenziosamente al bilancio giornaliero. Un aperitivo serale può facilmente raggiungere le 200-300 kcal (l’equivalente di un piccolo pasto), stimolando per di più l’appetito. In una settimana, questi “extra” possono accumularsi fino a cancellare completamente il deficit calorico che pensavate di avere, bloccando la perdita di peso e generando frustrazione.

Diventare consapevoli di questo “nemico invisibile” è il primo passo per riprendere il controllo. Non si tratta di eliminare ogni piacere, ma di fare scelte informate. Un caffè amaro o con una goccia di latte ha un impatto trascurabile; lo stesso caffè con zucchero e sciroppi diventa una bomba calorica. Un’acqua frizzante con limone e menta è un’alternativa a zero calorie a una bibita zuccherata. L’unica eccezione possono essere i frullati proteici, che, se ben formulati, apportano un alto valore nutrizionale e un notevole potere saziante.

Bicchieri di diverse bevande disposti in gradiente da più a meno calorico

La tabella seguente offre un’analisi costo-beneficio di alcune bevande comuni, basata sui dati di portali specializzati come My-personaltrainer per il calcolo delle calorie. La colonna “Smart Swap” suggerisce alternative intelligenti per ridurre l’impatto calorico senza rinunciare al gesto sociale o al piacere.

Analisi Costo-Beneficio delle Bevande Comuni
Bevanda Calorie Sazietà Valore nutrizionale Smart Swap
Negroni 280 kcal Nulla Zero nutrienti Spritz (90 kcal)
Cappuccino zuccherato 120 kcal Minima Solo zuccheri Cappuccino amaro (80 kcal)
Bibita gassata 330ml 140 kcal Nulla Zero nutrienti Acqua frizzante + limone (0 kcal)
Frullato proteico 200 kcal Alta 20g proteine Mantieni (alto valore)

Quando aggiornare il calcolo delle calorie: lo stallo del peso dopo i primi 5 kg persi

Avete seguito tutto alla lettera. Avete creato un deficit moderato, ottimizzato i macronutrienti e perso i primi 5 chilogrammi. Vi sentite invincibili. Poi, improvvisamente, la bilancia si ferma. Per una settimana, due, tre. Nonostante continuiate a seguire lo stesso piano. Questo è lo stallo del peso, il momento più frustrante di un percorso di dimagrimento, ed è causato da un fenomeno inevitabile: l’adattamento metabolico.

Il fabbisogno calorico (TDEE) che avete calcolato all’inizio del vostro percorso non è una costante. Dipende da molti fattori, tra cui il vostro peso corporeo. Perdendo peso, il vostro corpo diventa più “leggero” e ha bisogno di meno energia per muoversi e per mantenersi in vita. Il vostro metabolismo basale si abbassa. Ma non è tutto: come abbiamo visto, il corpo attiva meccanismi ormonali protettivi che lo rendono più efficiente. Si stima che dopo una significativa perdita di peso, il metabolismo può rallentare del 10-15%, non solo per il peso minore, ma proprio a causa di questi adattamenti. Il deficit calorico che funzionava all’inizio, ora è diventato il vostro nuovo mantenimento.

È qui che entra in gioco il concetto di “pilotaggio dinamico”. Ignorare lo stallo o, peggio, tagliare drasticamente le calorie è la strada sbagliata. La mossa corretta è ricalibrare la strategia basandosi sul feedback reale del corpo. Il metodo più efficace è quello del feedback settimanale:

  • Traccia con precisione: Per una settimana, continua a tracciare le calorie e a pesarti ogni mattina nelle stesse condizioni.
  • Calcola la media settimanale: Non guardare le fluttuazioni giornaliere del peso, che sono influenzate da ritenzione idrica, sonno e stress. Calcola la media dei 7 pesi giornalieri. Fai lo stesso per la settimana successiva.
  • Analizza il trend: Se la media del peso tra una settimana e l’altra non è scesa di almeno lo 0.5-1%, significa che sei in stallo.
  • Aggiusta il tiro: A questo punto, e solo a questo punto, è il momento di agire. Riduci l’introito calorico giornaliero di 100-200 kcal (o aumenta il dispendio energetico con più attività fisica).
  • Monitora e ripeti: Mantieni il nuovo apporto per almeno altre due settimane prima di fare ulteriori aggiustamenti. A volte il corpo può trattenere liquidi (il cosiddetto “Whoosh Effect”) e rilasciarli all’improvviso, quindi la pazienza è fondamentale.

Questo approccio trasforma il calcolo calorico da una stima iniziale a un processo continuo di monitoraggio e regolazione, l’unico modo per superare gli inevitabili plateau e proseguire nel percorso in modo scientifico e controllato.

Farmaci GLP-1 per dimagrire: chi può prescriverli e quanto costano davvero?

Negli ultimi anni, una nuova classe di farmaci, gli agonisti del recettore del GLP-1 (come semaglutide e liraglutide), ha guadagnato enorme popolarità per la loro efficacia nella perdita di peso. Nati per il trattamento del diabete di tipo 2, agiscono imitando un ormone intestinale che rallenta lo svuotamento gastrico, aumenta il senso di sazietà e agisce a livello cerebrale riducendo il desiderio di cibo. I risultati possono essere notevoli, ma è fondamentale fare chiarezza su chi può usarli e quali sono i limiti.

In Italia, questi farmaci possono essere prescritti solo da un medico, tipicamente un endocrinologo o un diabetologo, e solo in determinate condizioni. La prescrizione per il solo scopo di dimagrimento in persone non obese o senza patologie correlate è ancora controversa e spesso non coperta dal Servizio Sanitario Nazionale. Questo significa che il costo è interamente a carico del paziente e può essere molto elevato, raggiungendo diverse centinaia di euro al mese. È essenziale diffidare da canali di acquisto non ufficiali che possono vendere prodotti contraffatti e pericolosi.

Tuttavia, il punto cruciale che spesso viene omesso è che questi farmaci non sono una “cura magica” per il sovrappeso. Essi rappresentano una potentissima stampella farmacologica, ma non insegnano a camminare. Agiscono sopprimendo i sintomi (fame e desiderio di cibo), ma non modificano le cause sottostanti legate a un errato stile di vita e a cattive abitudini alimentari. Gli studi più recenti sono chiari: senza un percorso parallelo di educazione alimentare e modifica dello stile di vita, il peso perso viene quasi sempre recuperato, spesso con gli interessi, una volta interrotta la terapia.

Pertanto, i farmaci GLP-1 possono essere uno strumento valido per “rompere il circolo vizioso” in casi di obesità grave o con patologie associate, ma solo se inseriti in un programma multidisciplinare che includa un nutrizionista e un supporto psicologico. Affidarsi solo al farmaco senza costruire nuove abitudini è come svuotare una barca che imbarca acqua con un secchio senza prima tappare la falla: un lavoro faticoso e destinato a fallire nel lungo periodo.

TSH alto o basso: cosa significano davvero le oscillazioni della tiroide nello stress?

Spesso, di fronte a uno stallo del peso, il primo sospettato è la tiroide. Questa piccola ghiandola a forma di farfalla è il termostato del nostro corpo, e il suo malfunzionamento può certamente avere un impatto sul metabolismo. Il TSH (Ormone Tireostimolante) è il valore che i medici controllano per primo: un TSH alto indica che la tiroide è “pigra” (ipotiroidismo), mentre un TSH basso suggerisce che sta lavorando troppo (ipertiroidismo). Tuttavia, lievi oscillazioni del TSH, pur rimanendo nei range di normalità, possono essere un segnale che il corpo sta inviando.

In un contesto di dieta e allenamento, lo stress (fisico e psicologico) gioca un ruolo chiave. Uno stress cronico, incluso quello causato da un deficit calorico troppo prolungato e aggressivo, può influenzare la funzione tiroidea. La tiroide produce principalmente T4 (tiroxina), una forma relativamente inattiva, che deve poi essere convertita in T3 (triiodotironina), la forma attiva che accelera il metabolismo. Lo stress cronico e alti livelli di cortisolo possono sopprimere questa conversione da T4 a T3. Il risultato? Un TSH e un T4 apparentemente normali, ma un T3 basso e un metabolismo che rallenta. In casi di restrizione calorica estrema e cronica, questo rallentamento può raggiungere il 20-30%.

Questo fenomeno, noto come “sindrome dell’eutiroideo malato” o “low T3 syndrome”, è un altro meccanismo di adattamento del corpo. Di fronte a uno stress percepito (la dieta restrittiva), il corpo decide di “risparmiare energia” rallentando il termostato. È un segnale che non va ignorato. Continuare a tagliare calorie in questa situazione non farà che peggiorare le cose, aumentando lo stress e sopprimendo ulteriormente la funzione metabolica.

Per supportare la funzione tiroidea durante un percorso di dimagrimento, è fondamentale adottare strategie mirate:

  • Evitare deficit estremi: Mai scendere sotto il metabolismo basale per periodi prolungati.
  • Includere refeed days: Ricariche controllate di carboidrati possono dare un boost temporaneo alla conversione T4-T3.
  • Assicurare micronutrienti chiave: Iodio, selenio e zinco sono essenziali per la produzione e la conversione degli ormoni tiroidei.
  • Gestire lo stress: Tecniche di rilassamento, sonno adeguato e un allenamento ben programmato sono cruciali per tenere sotto controllo il cortisolo.
  • Monitorare i sintomi: Stanchezza cronica, freddolosità e difficoltà di concentrazione possono essere spie di un rallentamento metabolico, anche con esami del sangue “normali”.

Da ricordare

  • Non scendere mai sotto il Metabolismo Basale: Farlo attiva la “modalità sopravvivenza”, rallentando il metabolismo e aumentando la fame a causa del calo di leptina.
  • Non tutte le calorie sono uguali: Le proteine hanno un effetto termogenico (TEF) del 20-30%, significa che bruci più calorie per digerirle rispetto a grassi e carboidrati.
  • Il fabbisogno calorico è dinamico: Dopo aver perso peso, il metabolismo si adatta e rallenta. È necessario ricalcolare e aggiustare periodicamente l’introito calorico usando un metodo a feedback.

Nutrizionista, dietologo o dietista: chi scegliere per perdere 10kg in sicurezza?

Arrivati a questo punto, è chiaro che il “fai da te” basato su app e formule generiche ha dei limiti evidenti. Quando si tratta di perdere peso in modo significativo e, soprattutto, di mantenere i risultati, affidarsi a un professionista non è un lusso, ma un investimento strategico. Ma quale figura scegliere? Le tre principali sono il dietologo, il dietista e il biologo nutrizionista. Sebbene tutti si occupino di alimentazione, hanno percorsi formativi e competenze diverse.

Il Dietologo è un medico chirurgo specializzato in Scienza dell’Alimentazione. Essendo un medico, è l’unica figura che può fare diagnosi di patologie e prescrivere farmaci (come i GLP-1) oltre a elaborare diete. È la figura di riferimento in presenza di condizioni mediche complesse (diabete, obesità grave, disturbi alimentari). Il Dietista ha una laurea triennale sanitaria e può elaborare diete su prescrizione medica, collaborando spesso con i dietologi in contesti ospedalieri o ambulatoriali. Il Biologo Nutrizionista, infine, ha una laurea magistrale in Biologia o scienze affini e, dopo l’iscrizione all’Albo dei Biologi, può elaborare autonomamente piani alimentari per persone in condizioni fisiologiche o con patologie accertate da un medico.

Per l’obiettivo di “perdere 10 kg in sicurezza”, in assenza di patologie gravi, sia un dietologo che un biologo nutrizionista sono scelte eccellenti. La vera differenza non la fa il titolo, ma l’approccio. Un buon professionista non vi consegnerà una dieta prestampata. Al contrario, vi insegnerà i principi del “pilotaggio dinamico”: partirà da un calcolo del fabbisogno, ma poi adatterà il piano in base al vostro feedback settimanale, ai vostri allenamenti, al vostro stile di vita e alle vostre sensazioni. Vi educherà a diventare autonomi, a capire i segnali del vostro corpo e a gestire gli stalli in modo proattivo.

La scelta del professionista giusto è l’ultimo, decisivo passo del vostro percorso. Per una decisione informata, rivedete le competenze specifiche di ogni figura professionale.

Il prossimo passo logico, quindi, non è scaricare un’altra app, ma cercare un professionista che non vi tratti come una calcolatrice, ma come un sistema complesso da guidare verso il successo. Prenotate una consulenza per ottenere un’analisi personalizzata e un piano che sia finalmente efficace e sostenibile nel tempo.

Domande frequenti su calcolo del fabbisogno calorico

Quale approccio usa per il calcolo del fabbisogno calorico?

Un professionista qualificato dovrebbe utilizzare formule convalidate scientificamente (come Harris-Benedict o, più modernamente, Mifflin-St Jeor) come punto di partenza imprescindibile. Tuttavia, deve chiarire che questo è solo un primo step. La strategia vincente consiste nell’adattare questo dato iniziale basandosi sul feedback settimanale del peso e delle misure del paziente, rifiutando schemi rigidi e prestampati che non tengono conto della risposta individuale.

Come gestisce gli stalli di peso?

Un esperto non si limiterà a suggerire un ulteriore taglio calorico. Dovrebbe prima di tutto spiegare il concetto di adattamento metabolico per tranquillizzare il paziente. Successivamente, proporrà strategie scientifiche come ‘refeed days’ (giorni di ricarica controllata dei carboidrati), ‘diet breaks’ (brevi periodi a calorie di mantenimento per resettare gli ormoni) o modifiche mirate nella ripartizione dei macronutrienti, prima di considerare una riduzione minima delle calorie.

Qual è l’obiettivo finale del percorso?

L’obiettivo dichiarato non dovrebbe mai essere la semplice perdita di peso, ma il raggiungimento dell’autonomia alimentare. Un percorso di successo si conclude quando il paziente ha imparato a interpretare i segnali del proprio corpo (fame, sazietà, energia), a gestire autonomamente la propria alimentazione in diverse situazioni sociali e a non dipendere più da visite continue o da rigidi schemi calorici.

Scritto da Luca Barbieri, Biologo Nutrizionista con Master in Nutrizione Clinica. Esperto in dietetica per patologie gastrointestinali, celiachia, educazione alimentare e prevenzione metabolica.