Pubblicato il Maggio 12, 2024

La tachicardia improvvisa in ufficio non è un’debolezza, ma un segnale: il corpo distingue già tra un picco acuto (panico) e un rumore di fondo costante (ansia generalizzata), anche se la mente è confusa.

  • L’ansia da prestazione, come la sindrome dell’impostore, è spesso il carburante silente che si manifesta con sintomi fisici (somatizzazione) come gastrite e tensioni muscolari.
  • L’automedicazione con ansiolitici offre un sollievo temporaneo ma pericoloso, creando una dipendenza che impedisce di sviluppare una vera resilienza.

Raccomandazione: Imparare a decodificare questi segnali e scegliere il professionista corretto (psicologo, psicoterapeuta o psichiatra) in base alla gravità dei sintomi è il primo passo strategico per riprendere il controllo.

Quella sensazione improvvisa. Il cuore che inizia a battere all’impazzata nel mezzo di una riunione, il respiro che si fa corto davanti a una scadenza, un’ondata di calore inspiegabile mentre si risponde a un’email. Per molti lavoratori sotto pressione, questi episodi sono fonte di grande spavento e confusione. Si tratta di un attacco di panico? O è “solo” ansia? La distinzione non è un mero esercizio accademico: è il primo, fondamentale passo per capire cosa sta succedendo e, soprattutto, per agire in modo efficace. L’attacco di panico è un picco acuto, un’esplosione intensa e breve, che spesso lascia terrorizzati dalla possibilità che si ripeta. L’ansia generalizzata, invece, è un rumore di fondo costante, un’inquietudine persistente che colora le giornate lavorative di preoccupazione e tensione.

Spesso, le soluzioni proposte si limitano a consigli generici sulla gestione dello stress, come fare pause o praticare la mindfulness. Sebbene utili, questi approcci non colgono il punto centrale. Ma se la vera chiave non fosse semplicemente “gestire lo stress”, ma imparare a decodificare i segnali che il nostro corpo ci invia? L’ansia che provate in ufficio non è un nemico da sopprimere, ma un messaggero. Spesso, sintomi come la sindrome dell’impostore, la gastrite nervosa o l’ansia sociale non sono problemi separati, ma diverse manifestazioni di uno stesso squilibrio. Il corpo sta urlando un disagio che la mente, troppo impegnata a performare, ignora.

Questo articolo si propone come una diagnosi differenziale chiara, da psichiatra clinico, per aiutarvi a fare luce. Analizzeremo come i meccanismi psicologici del mondo del lavoro si trasformano in sintomi fisici, quando un farmaco può diventare una “stampella” pericolosa e, infine, come orientarsi nella scelta del professionista più adatto. L’obiettivo è fornirvi gli strumenti per passare dalla confusione spaventata a una consapevolezza che permette di agire.

Per chi preferisce un approccio visivo e pratico, il video seguente offre una guida diretta su come gestire i momenti più acuti di un attacco di panico, fornendo tecniche immediate da applicare quando la crisi si manifesta.

Per affrontare in modo strutturato la distinzione tra attacco di panico e ansia generalizzata nel contesto lavorativo, esploreremo le diverse sfaccettature del problema. Analizzeremo le cause psicologiche, le manifestazioni fisiche, le trappole delle soluzioni rapide e le strategie concrete per uscirne, fino alla scelta del percorso terapeutico corretto.

Sindrome dell’impostore e ansia: come smettere di temere di essere “scoperti” al lavoro?

La paura persistente di essere un bluff, un “impostore” che prima o poi verrà smascherato nonostante i successi ottenuti, è uno dei motori più potenti dell’ansia lavorativa. Questa condizione, nota come sindrome dell’impostore, non è un disturbo psichiatrico ufficiale, ma un’esperienza psicologica che alimenta un circolo vizioso di ansia, perfezionismo e burnout. Il professionista che ne soffre attribuisce i propri successi alla fortuna o a fattori esterni, e vive ogni nuovo compito come un banco di prova dove la sua presunta incompetenza verrà finalmente a galla. Non è un fenomeno raro: una ricerca internazionale mostra che oltre il 62% dei knowledge worker soffre di sindrome dell’impostore.

Questo stato di allerta costante porta a due comportamenti principali: la procrastinazione, per paura di non essere all’altezza, o il superlavoro, nel tentativo di compensare la presunta inadeguatezza. Entrambi generano un’enorme quantità di stress che può facilmente sfociare in ansia generalizzata, manifestandosi come un’inquietudine di fondo che accompagna l’intera giornata lavorativa. La mente è costantemente occupata a monitorare le proprie performance e a temere il giudizio altrui, un terreno fertile per l’insorgere di attacchi di panico quando la pressione diventa insostenibile.

Rappresentazione visiva del ciclo dell'impostore in ambiente lavorativo

Il primo passo per spezzare questo ciclo non è “pensare positivo”, ma mettere in discussione le proprie credenze attraverso piccoli esperimenti comportamentali. L’obiettivo è falsificare attivamente la convinzione di essere un impostore, raccogliendo prove contrarie. Invece di aspettare di “sentirsi” più sicuri, si agisce in modo da creare la sicurezza. Ad esempio, delegare un compito e resistere all’impulso di controllarlo, o presentare un’idea non ancora perfetta, sono azioni che incrinano la rigida struttura mentale dell’impostore e riducono il carico ansioso.

Gastrite nervosa o mal di schiena: quando il corpo urla l’ansia che la mente ignora

Quando la mente è troppo concentrata sulla performance, sul timore del giudizio o sulla gestione di carichi di lavoro eccessivi, l’ansia trova un’altra via di sfogo: il corpo. Questo processo, chiamato somatizzazione, è il meccanismo attraverso cui un disagio psicologico si manifesta con sintomi fisici reali e dolorosi. La tachicardia in ufficio è solo la punta dell’iceberg. Spesso, i primi segnali sono più subdoli: una gastrite che non risponde agli antiacidi, una cefalea tensiva che compare ogni pomeriggio, o un mal di schiena cronico che nessun massaggio sembra alleviare. Questi non sono “sintomi immaginari”, ma la trasposizione fisica di uno stato di allarme psicologico prolungato.

Il sistema nervoso autonomo, sotto stress costante, innesca una serie di reazioni fisiologiche: aumenta la produzione di acido gastrico (gastrite), mantiene i muscoli in uno stato di contrazione perenne (dolori cervicali e lombari) e altera il ritmo sonno-veglia. Un recente report ha evidenziato che il 76% dei lavoratori italiani manifesta almeno un disturbo collegabile al lavoro, tra cui spiccano proprio i disturbi del sonno e la tensione muscolare. Ignorare questi segnali significa permettere all’ansia di accumularsi fino a esplodere in un attacco di panico, che altro non è che la manifestazione più acuta e terrificante di un sistema ormai al collasso.

Riconoscere la decodifica somatica è il primo passo per intervenire. Quando il sintomo fisico si presenta, invece di concentrarsi solo sul dolore, è utile chiedersi: “Cosa stava succedendo nella mia mente un attimo prima?”. Spesso si scopre un pensiero ansiogeno legato al lavoro. Per gestire l’acuto, esistono tecniche di “primo soccorso somatico” che aiutano a calmare il sistema nervoso:

  • Respirazione diaframmatica 4-7-8: inspira con il naso per 4 secondi, trattieni il respiro per 7, espira lentamente con la bocca per 8.
  • Body scan di 3 minuti: chiudi gli occhi e porta l’attenzione su ogni parte del corpo, dalla testa ai piedi, senza giudizio.
  • Tecnica del ghiaccio: applica un cubetto di ghiaccio o acqua fredda sui polsi per attivare il nervo vago e rallentare il battito cardiaco.
  • Esercizio di grounding 5-4-3-2-1: identifica 5 cose che vedi, 4 che puoi toccare, 3 che puoi sentire, 2 che puoi annusare e 1 che puoi gustare per riportare la mente al presente.

Queste tecniche non curano l’ansia alla radice, ma aiutano a gestire il picco sintomatico, dando alla mente il tempo di realizzare che non c’è un pericolo reale e interrompendo la spirale della somatizzazione.

Xanax o gocce naturali: quando l’ansiolitico diventa una stampella pericolosa?

Di fronte a un’ansia invalidante o a un attacco di panico, la tentazione di cercare una soluzione rapida è forte. Che si tratti di un ansiolitico a base di benzodiazepine (come Xanax o Tavor) prescritto dal medico di base, o di rimedi naturali come le gocce di valeriana, l’obiettivo è lo stesso: sopprimere il sintomo il più velocemente possibile. Questo approccio, definito “strategia di soppressione”, offre un sollievo immediato ma nasconde una trappola pericolosa. L’uso sistematico di queste “stampelle chimiche” o naturali impedisce al cervello di imparare a gestire l’ansia in modo autonomo. Ogni volta che si ricorre al farmaco, si rafforza il messaggio che l’ansia è intollerabile e che non si possiedono le risorse per affrontarla.

L’alternativa è la strategia di regolazione, tipica dei percorsi di psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT). L’obiettivo qui non è eliminare l’ansia, ma imparare a tollerarla, a gestirla e a ridurne l’impatto sulla propria vita. Questo percorso è inizialmente più faticoso, perché richiede di esporsi gradualmente alle sensazioni temute, ma porta a risultati duraturi: l’aumento della resilienza e dell’autonomia. L’ansiolitico, se usato correttamente sotto stretto controllo psichiatrico, può essere un aiuto temporaneo in una fase acuta, ma non può e non deve mai essere la cura.

Come sottolinea la Dott.ssa Paola Mosini di Humanitas PsicoCare, il vero motore del disturbo è la paura stessa. In un suo intervento, spiega:

La paura della paura è la principale causa dell’instaurarsi del disturbo da attacchi di panico. L’uso sistematico di stampelle chimiche o naturali impedisce al cervello di imparare a gestire l’ansia in modo autonomo.

– Dott.ssa Paola Mosini, Humanitas PsicoCare

La differenza tra queste due strategie è cruciale per comprendere perché l’automedicazione, anche con prodotti da banco, può peggiorare il problema a lungo termine, diminuendo la soglia di tolleranza al disagio.

Strategia di Soppressione vs. Strategia di Regolazione dell’Ansia
Aspetto Strategia di Soppressione Strategia di Regolazione
Approccio Eliminare immediatamente i sintomi Imparare a tollerare e gestire il disagio
Strumenti Farmaci ansiolitici, evitamento Tecniche cognitive-comportamentali, mindfulness
Risultati a breve termine Sollievo immediato Disagio iniziale ma apprendimento
Risultati a lungo termine Dipendenza, riduzione della resilienza Autonomia, aumento della resilienza
Effetto sulla tolleranza al disagio Diminuisce progressivamente Aumenta gradualmente

Paura di tornare in ufficio o agli eventi: come superare l’ansia sociale residua?

Dopo periodi di isolamento o di lavoro da casa, il ritorno alla routine dell’ufficio, alle riunioni in presenza e agli eventi sociali può diventare una fonte significativa di stress. Questa non è semplice timidezza, ma una forma di ansia sociale che si manifesta con la paura del giudizio, il timore di non sapere cosa dire o di apparire inadeguati. Per chi già soffre di ansia generalizzata, l’ufficio può trasformarsi da luogo di lavoro a palcoscenico di un’esibizione temuta, dove ogni interazione è una potenziale minaccia. Questa pressione può facilmente innescare sintomi fisici come sudorazione, tremori, o addirittura culminare in un attacco di panico durante una situazione sociale, come una pausa caffè o un pranzo di team.

La strategia più istintiva, ma anche la più dannosa, è l’evitamento: saltare gli eventi, pranzare da soli alla scrivania, limitare le interazioni allo stretto indispensabile. Sebbene a breve termine riduca l’ansia, a lungo termine la rafforza. L’evitamento conferma al cervello la pericolosità della situazione temuta e restringe sempre di più lo spazio di comfort della persona. Per spezzare questo circolo vizioso, l’approccio più efficace è l’esposizione graduale. Si tratta di affrontare le situazioni temute in modo progressivo e controllato, partendo da quelle meno spaventose per arrivare a quelle più impegnative, come in una sorta di “videogioco” a livelli.

Professionista che affronta gradualmente il ritorno in ufficio

Una strategia di esposizione “gamificata” potrebbe essere strutturata in questo modo, partendo dal livello più semplice per accumulare fiducia e passare al successivo:

  1. Livello 1: Prendi un caffè parlando del meteo con un collega (obiettivo: 5 minuti di interazione a basso contenuto emotivo).
  2. Livello 2: Partecipa a una riunione breve senza l’obbligo di intervenire (obiettivo: 15 minuti di presenza passiva).
  3. Livello 3: Pranza con un piccolo gruppo di colleghi fidati (obiettivo: 30 minuti di socialità protetta).
  4. Livello 4: Presenta un breve aggiornamento in una riunione (obiettivo: 5 minuti di intervento attivo).
  5. Livello 5: Partecipa a un evento sociale aziendale per un tempo limitato (obiettivo: 1 ora, con la libertà di andarsene quando si vuole).

Questo approccio permette al cervello di “ri-apprendere” che le situazioni sociali non sono pericolose, riducendo progressivamente la risposta ansiosa e aumentando il senso di autoefficacia.

Cosa non dire mai a chi ha un attacco d’ansia: gli errori del partner che peggiorano la crisi

Assistere a un attacco di panico di una persona cara, che sia il partner, un amico o un collega, può essere spiazzante. L’istinto è quello di aiutare, ma spesso le frasi pronunciate con le migliori intenzioni finiscono per peggiorare la situazione. Dire “calmati”, “stai esagerando” o “è tutto nella tua testa” sono tentativi di razionalizzare un’esperienza che, in quel momento, è puramente irrazionale e fisica. Queste frasi invalidano l’esperienza della persona, facendola sentire incompresa, giudicata e ancora più sola nella sua paura. Durante un attacco di panico, la persona non ha il controllo dei propri pensieri né delle proprie reazioni fisiche; chiederle di essere razionale è come chiedere a chi ha la febbre alta di abbassare la temperatura con la forza di volontà.

L’approccio corretto non è minimizzare, ma validare e ancorare. Validare significa riconoscere la sofferenza della persona (“Vedo che stai soffrendo molto, sono qui con te”), senza necessariamente essere d’accordo sul contenuto della sua paura. Ancorare significa aiutare la persona a rimanere nel presente e a concentrarsi sulle sensazioni fisiche reali, piuttosto che sui pensieri catastrofici. Guidare una respirazione lenta o utilizzare tecniche di grounding sono azioni concrete che aiutano il sistema nervoso a calmarsi. La presenza silenziosa e calma è spesso più utile di mille parole sbagliate.

Frasi che Invalidano vs. Frasi che Validano Durante una Crisi d’Ansia
Frasi che Invalidano Frasi che Validano e Ancorano
Stai esagerando Vedo che stai soffrendo molto, sono qui con te
Calmati! Respiriamo insieme, segui il mio ritmo
Non è niente di grave So che è una sensazione terribile, ma passerà
Devi essere forte Non devi fare nulla, lascia che passi
È tutto nella tua testa Le sensazioni sono reali, il pericolo no

Per essere un supporto efficace, è utile avere a disposizione un piccolo “kit di pronto soccorso emotivo”. Si tratta di un piano d’azione semplice da seguire quando una persona vicina sta avendo una crisi.

Checklist: Kit di Primo Soccorso Emotivo per partner e colleghi

  1. Applica la tecnica di grounding 5-4-3-2-1 guidando la persona a nominare oggetti, suoni e sensazioni nell’ambiente.
  2. Offri un bicchiere d’acqua molto fredda da sorseggiare lentamente per stimolare il nervo vago.
  3. Guida una respirazione lenta e profonda: inspira per 4 secondi, espira lentamente per 6.
  4. Mantieni un tono di voce calmo, basso e rassicurante, anche se ti senti spaventato.
  5. Resta presente fisicamente vicino alla persona, ma rispetta il suo spazio personale senza toccarla se non è lei a cercarlo.

Quando tornare al lavoro dopo una terapia salvavita: i rischi di un rientro anticipato

Quando l’ansia diventa così pervasiva da richiedere un periodo di stop dal lavoro e l’inizio di una terapia intensiva, sia psicologica che farmacologica, la domanda successiva è: “Quando posso tornare?”. La pressione sociale ed economica per un rientro rapido è spesso enorme, ma un ritorno prematuro può vanificare tutti i progressi fatti. Tornare al lavoro non significa solo riprendere le proprie mansioni; significa riesporsi all’ambiente e alle dinamiche che, con molta probabilità, hanno contribuito a generare lo stato di malessere. Se la terapia non ha ancora fornito strumenti solidi per gestire lo stress e le credenze disfunzionali non sono state ristrutturate, il rischio di una ricaduta è altissimo.

L’impatto dei disturbi d’ansia sulla capacità lavorativa è significativo. Secondo il World Mental Health Day Report 2024 di Ipsos, il 54% dei giovani ha vissuto episodi di stress tali da non poter svolgere attività quotidiane, lavoro incluso. Un rientro anticipato, quando non si è ancora ricostruita la propria resilienza, espone a un ciclo deleterio: l’ansia anticipatoria per il ritorno, le difficoltà di concentrazione una volta in ufficio, e il senso di colpa per non riuscire a performare come prima, che a sua volta alimenta l’ansia. È un circolo vizioso che può portare a un crollo peggiore del precedente.

Prima di considerare il rientro, è essenziale monitorare la presenza di alcune “red flags” (campanelli d’allarme) che indicano come il sistema psicofisico non sia ancora pronto a sostenere lo stress lavorativo. Riconoscerle insieme al proprio terapeuta è fondamentale per pianificare un rientro graduale e sicuro.

  • Ritorno dell’insonnia: la qualità del sonno è uno dei primi indicatori di un livello di stress troppo elevato.
  • Irritabilità cronica: scatti d’ira o un’eccessiva reattività a stimoli minori indicano un sistema nervoso ancora sovraccarico.
  • “Brain fog” e difficoltà di concentrazione: se la mente appare annebbiata e fatica a focalizzarsi, significa che le risorse cognitive sono esaurite.
  • Evitamento sistematico: la tendenza a evitare colleghi, riunioni o compiti specifici è un segnale che l’ansia sociale o da prestazione è ancora forte.
  • Ritorno dei sintomi fisici: la ricomparsa di mal di testa, gastrite o tensioni muscolari indica che il corpo è di nuovo in stato di allarme.

Un rientro graduale, magari con orario ridotto o in modalità ibrida, e un dialogo aperto con il proprio responsabile (se il contesto lo permette) sono strategie cruciali per un reinserimento di successo e duraturo.

Perché i farmaci per il reflusso non funzionano se l’origine è l’ansia?

Molti professionisti che soffrono di ansia lamentano anche un fastidioso reflusso gastroesofageo o una gastrite che sembrano resistere ai comuni farmaci inibitori di pompa protonica (IPP). Cenare tardi o consumare cibi acidi sono spesso indicati come le cause principali, ma quando il problema persiste nonostante una dieta attenta, la vera radice è da cercare altrove: nello stress cronico. L’ansia agisce sul sistema gastrointestinale in due modi potenti e complementari. In primo luogo, aumenta la produzione di acido gastrico, creando un ambiente più aggressivo per lo stomaco e l’esofago. In secondo luogo, e questo è il punto cruciale spesso ignorato, rende l’esofago iper-sensibile.

Questa iper-sensibilità, di origine puramente nervosa, fa sì che anche una quantità normale di acido venga percepita come estremamente dolorosa e fastidiosa. I farmaci per il reflusso sono efficaci nel ridurre la quantità di acido, ma non fanno nulla per curare l’iper-sensibilità dell’esofago. Ecco perché, pur assumendo la terapia, molti continuano a percepire bruciore e fastidio. Si sta curando il sintomo (l’eccesso di acido), ma non la causa (l’iper-reattività del sistema nervoso). È un classico esempio di come un problema di somatizzazione non possa essere risolto unicamente con un approccio farmacologico mirato all’organo.

Il Dott. Gabriele Melli, esperto di disturbi d’ansia, chiarisce molto bene questo meccanismo. In un approfondimento sul tema, spiega:

L’ansia cronica non solo aumenta la produzione di acido, ma rende l’esofago iper-sensibile. I farmaci riducono l’acido ma non curano l’iper-sensibilità di origine nervosa.

– Dott. Gabriele Melli, IPSICO Firenze

La correlazione tra orari di lavoro prolungati, pasti irregolari e l’insorgenza di sintomi gastrointestinali resistenti ai farmaci è stata identificata come un chiaro segnale di un problema sistemico di gestione dello stress. La soluzione, quindi, non risiede in un dosaggio maggiore di farmaci per lo stomaco, ma in un percorso che affronti l’ansia alla radice, ad esempio attraverso tecniche di rilassamento, psicoterapia e una migliore gestione dei ritmi lavorativi. Solo calmando il sistema nervoso si può “desensibilizzare” l’esofago e risolvere il problema in modo duraturo.

Da ricordare

  • Il tuo corpo non mente: sintomi come gastrite, tachicardia o insonnia non sono debolezze, ma dati diagnostici precisi che comunicano un sovraccarico del sistema nervoso.
  • Il contesto è fondamentale: l’ansia non nasce nel vuoto. Analizzare i trigger lavorativi, come la sindrome dell’impostore o la pressione delle scadenze, è cruciale per la diagnosi.
  • La soluzione è la regolazione, non la soppressione: affidarsi unicamente a farmaci o rimedi “tappabuchi” crea dipendenza e riduce la resilienza a lungo termine. La vera cura passa dall’imparare a gestire il disagio.

Psicoterapeuta, psicologo o psichiatra: a chi rivolgersi per primo se state male?

Una volta presa coscienza del problema, la confusione successiva riguarda la scelta del professionista a cui affidarsi. Le figure della salute mentale sono tre, con formazioni e competenze distinte: psicologo, psicoterapeuta e psichiatra. La scelta dipende dalla gravità dei sintomi e dall’obiettivo che si vuole raggiungere. Fare la scelta giusta fin da subito può ottimizzare tempi e risorse, indirizzando verso il percorso più efficace.

Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria. È l’unica figura che può prescrivere farmaci. Il suo intervento è cruciale quando i sintomi sono così gravi da invalidare la vita quotidiana (es. attacchi di panico frequenti, ansia paralizzante che impedisce di lavorare). Spesso, il suo approccio è medico-farmacologico, volto a stabilizzare la situazione acuta. Lo psicologo, laureato in psicologia, non può prescrivere farmaci. Il suo ruolo è fondamentale per la diagnosi (attraverso test e colloqui), il sostegno e la consulenza. Può essere il primo punto di contatto per inquadrare il problema e capire se è necessario un invio allo psichiatra o a uno psicoterapeuta. Infine, lo psicoterapeuta (che può essere sia uno psicologo che un medico con un’ulteriore specializzazione di 4 anni) è colui che conduce un percorso terapeutico strutturato per modificare i pensieri e i comportamenti disfunzionali che sono alla base dell’ansia.

Rappresentazione del percorso decisionale per scegliere lo specialista giusto

In sintesi, la scelta del primo professionista da consultare può seguire questa logica: se i sintomi sono gravi e ingestibili, lo psichiatra è il primo passo per un sollievo farmacologico. Se si è confusi e si ha bisogno di una diagnosi differenziale chiara, lo psicologo può aiutare a fare luce. Se si è pronti a iniziare un percorso di cambiamento profondo, lo psicoterapeuta è la figura di riferimento.

Differenze tra Figure Professionali della Salute Mentale
Professionista Formazione Può prescrivere farmaci Approccio principale Quando consultarlo
Psichiatra Laurea in medicina + specializzazione Medico-farmacologico Sintomi gravi che interferiscono con vita quotidiana
Psicologo Laurea in psicologia No Valutazione e sostegno Prima valutazione, diagnosi differenziale
Psicoterapeuta Formazione post-laurea in psicoterapia No (salvo medici) Terapeutico specifico Percorso terapeutico strutturato

Scegliere un terapeuta è un passo importante. Durante il primo colloquio, non abbiate paura di porre domande per capire se è la persona giusta per voi. Chiedere del suo approccio (es. Cognitivo-Comportamentale, Psicodinamico), della sua esperienza con problemi simili al vostro e di come verranno misurati i progressi è un vostro diritto e vi aiuterà a iniziare il percorso con maggiore fiducia.

Ora che il quadro è più chiaro, è il momento di agire. Comprendere quale professionista può fornire l'aiuto più adeguato è il passo finale per intraprendere un percorso di guarigione efficace.

Il primo passo per stare meglio è scegliere il professionista giusto. Valutate ora quale percorso è più adatto alla vostra situazione specifica per riprendere il controllo del vostro benessere psicofisico.

Scritto da Giulia Moretti, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale iscritta all'Albo. Specializzata in disturbi d'ansia, gestione dello stress lavoro-correlato e psicologia della salute.